Live Report: Spain@ Maison Musique, Rivoli (To) 15/12/12

 Vivono in un mondo onirico e parallelo in cui tutto si muove a velocità rallentata, gli Spain di Josh Haden. La scorsa estate, dopo undici anni di silenzio, hanno pubblicato un bellissimo disco intitolato “The soul of Spain” ma dal vivo privilegiano ancora il debutto del 1995, “The blue moods of Spain”, che ripropongono quasi per intero in spregio alle logiche della promozione. Alla Maison Musique di Rivoli (un accogliente auditorium ricavato nel cortile di un ex macello, inserito in un centro polifunzionale che ospita anche bar, ristorante, foresteria, studio di registrazione, centro di documentazione, “musicarium” e museo di strumenti: unica pecca, per chi non è del luogo, l’orario ritardato di inizio dei concerti), ultima tappa italiana di un tour europeo che si chiude con due date in Germania, hanno confermato davanti a un pubblico ristretto di intenditori il loro fascino atemporale e sottile facendosi precedere come sempre dal sorprendente – e da loro voluto – Fabrizio Cammarata, cantautore palermitano di grande voce, ottima tecnica chitarrista e notevole intensità interpretativa che canta soprattutto in inglese, sfiora i territori di Jeff Buckley e di Damien Rice ma in omaggio alla sua indole vagabonda e cosmopolita celebra anche muse ispiratrici come Miriam Makeba e Chavela Vargas. Rispetto a lui, bell’aspetto, presenza scenica e capelli lunghi, gli Spain sul palco sembrano goffi nerds della provincia americana, occhialuti (tre su cinque) e con le facce pulite, immobili e molto assorti (Haden, frontman con basso elettrico, canta sempre a occhi socchiusi). La loro musica, cui è stata appiccicata l’etichetta slowcore, è un’onda lunga, ipnotica e placida (in superficie, perché le correnti sotterranee e i testi delle canzoni rivelano una natura spesso inquieta e sofferta) con cui si entra lentamente in sintonia. Matt Mayhall, alla batteria, è un’ancora ritmica essenziale che garantisce pulsazioni costanti mentre Randy Kirk si alterna tra tastiere e chitarra intrecciando le corde con l’altra elettrica (più jazzy) di Daniel Brummel e l’acustica di Dylan McKenzie, a occhio il più giovane del gruppo. Minimalisti melodici, i cinque sfoderano subito fluidi e avvolgenti dialoghi strumentali (“Only one”) e ariose melodie blue-eyed soul (“I’m still free”), intessendo nella bellissima “Ray of light” (una delle sette selezioni dal primo album) una particolare forma di blues elettrico che mostra qualche debito, magari inconscio, nei confronti dei Pink Floyd e dei Television di Tom Verlaine. Spesso è il basso di Haden a introdurre il tema della canzone, mentre Kirk si incarica di contrappuntare al synth, al piano elettrico, all’Hammond o al pianoforte a mezza coda (in una “Without a sound” dall’incedere vagamente country&western). L’arpeggiata e sognante “Dreaming of love”, un altro dei momenti salienti dello show, rende giustizia a quel famoso aforisma di Miles Davis secondo cui le note non servono altro che a incorniciare il silenzio: nella musica degli Spain, nel suo respiro lento e nei suoi ampi spazi, il non detto conta davvero quanto ciò che viene suonato. Parla pochissimo, il frontman, ma ringrazia sentitamente il compagno di viaggio Cammarata e sfoggia un surreale senso dell’humour quando invita a comprare al banchetto del merchandising il nuovo album e le t-shirt che, una volta indossate, promettono magici accadimenti. Narcotica è un aggettivo calzante per questa musica dalla struttura spesso omogenea, anche se verso il finale del set gli Spain aumentano sapientemente di volume e intensità con gli accordi elettrici di “I believe”, la robusta melodia di impronta folk di “Sevenfold” e soprattutto “World of blue”, Brummel che armeggia con un e-bow e le tre chitarre a intrecciarsi in un fantastico crescendo psichedelico da Factory e CBGB, un po’ Velvet Underground e un po’ Television (con un pizzico di Quicksilver Messenger Service): da sola, come si dice, varrebbe il concerto. I bis tengono in serbo altre carte di valore grazie all’imprescindibile e intensa preghiera di “Spiritual” (non a caso scelta da Rick Rubin e Johnny Cash per le loro leggendarie “American recordings”), all’essenzialità poetica di “Untitled # 1″ e al pezzo più rock in scaletta, “Because your love”, che li fa assomigliare ai Walkabouts di Chris Eckman, altra bella e solida realtà di un indie rock che da anni scorre limpido e imperturbabile lontano dal mainstream. Un’ora e mezza è il formato giusto, l’appuntamento annunciato è per l’estate prossima: sarà un piacere rivederli sul palco e porre rimedio a tutti questi anni di oblio. (Alfredo Marziano) Setlist “Every time I try” “Only one” “I’m still free” “Ray of light” “Before it all went wrong” “Without a sound” “Dreaming of love” “Ten nights” “I believe” “I lied” “Nobody has to know” “Sevenfold” “World of blue” Bis “Spiritual” “Untitled # 1″ “Because your love”