SPAIN, IL BLUE MOOD TORNA DI MODA?

Josh Haden rispolvera il suo songbook, sospeso tra slow core, reminiscenze jazz, grandi ballatone acustiche. Dopo un nuovo e inatteso lavoro in studio, arriva la data milanese al Teatro Dal Verme, nell'ambito del Music Club

CodeineRed House PaintersAmerican Music Club. Quando tornano in mente i nomi delle band che , più o meno vent’anni fa, segnarono il fenomeno effimero dello slow core, ci si chiede se certe sensibilità non appartengano da sempre all’alternative music, e solo episodicamente si tramutino da un fenomeno sotterraneo e carsico a qualcosa di conclamato, tanto da dettare una moda per happy few. Quando, di certo come reazione al grunge diventato genere mainstream, alcune formazioni cominciarono a rallentare esasperatamente il loro suono, qualcuno tra i critici più accorti avrebbe dovuto ricordare che anche "Cortez the Killer" era esasperatamente lutulenta, per animata da tutta la sua elettricità, e i Cowboy Junkies avevano ottenuto con le loro "Trinity Sessions" un successo planetario giocato sulla semplice idea di avvolgere una narcolettica versione di “Sweet Jane” in un suono ovattato da bomboniera. 
Ma allora quello stile dolente, scarnificato, con la batteria che ripeteva stancamente figure elementari, e le chitarre acustiche che macinavano pigramente giri circolari, sembrava la maniera più attuale per esprimere un disagio che non poteva più assumere i modi ipertrofici del plumbeo hard blues di Seattle. Lo stesso Kurt Cobain negli ultimi live avrebbe suonato non solo unplugged, ma in definitiva slow core, come nella sfibrata cover di “A working class hero”. Anche da questa parte dell’Oceano c’era chi scriveva canzoni dilatate come infiniti carmi senza struttura connettiva, spoken songs attraversate dal senso depressivo degli accordi in minore, come gli scozzesi Arab Strap, forse il gruppo britannico più “letterario” degli ultimi vent’anni. E non si può non parlare dei Tindersticks, formazione di Nottingham che immaginò un suono con una componente fortemente cinematica, dove si ricombinavano arrangiamenti propri della musica da camera, lounge, jazz, ballate alla Gainsbourg e ascendenze velvettiane. 
Questa sintetica cartografia delle band che lavoravano con una certa sensibilità sull’idea di canzone ha un punto d’incontro nel suono che contraddistinse sin dalle primissime incisioni gli Spain di Josh Haden, musicista newyorkese figlio del grande contrabbassista Charlie Haden (e fratello di Petra, Tanya e Rachel, tutte musiciste). Gli Spain sono stati uno dei gruppi più amati a cavallo del cambio di secolo, a fronte di tre soli album , distribuiti tra il 1995 e il 2003. Si sono recentemente riformati e il 29 novembre suoneranno a Milano, nell’ambito dei concerti tardo pomeridiani del Music Club (al dal Verme), e hanno anche pubblicato un nuovo lavoro, “The soul of Spain”. È un’occasione preziosa per ripercorrere una discografia che merita di essere riscoperta, anche al di là di “Spiritual”, la traccia che chiudeva il loro debutto, e che divenne uno standard, poi reinterpretato da Johnny Cash e dai Soulsavers. Percorsa dal basso di Josh, la musica di “The blue mood of Spain” si basa su di una formazione ad assetto variabile, con due chitarre e batteria, mentre le sorelle di Haden intervengono sporadicamente per variare impercettibilmente la tonalità dominante. La componente folk, che diventerà dominante nei lavori successivi, qui si esprime soprattutto nella ballata "Untitled #1", tra quelli dotati di maggiore dinamica (anche se parlare di dinamica nel caso degli Spain sembra un paradosso). Il fortissimo rimando, sin dalla cover dell’album alle atmosfere della Blue Note, trova la forma più compiuta in "World Of Blue", nella sua coda strumentale che porta il minutaggio oltre i quattordici minuti: la forma-canzone è smaterializzata in una calibrata forma improvvisativa. In “Ray of Light” invece la matrice blues si combina alla presenza della tromba. 
Questo disco, salutato all’epoca come uno dei lavori più riusciti di quell’anno, costituisce di fatto il calco su cui è modellato il recentissimo “The soul of Spain”. I lavori intermedi sono invece segnati da maggiore dinamica e da un suono meno notturno. “She haunts my dreams”, a cui collaborò anche il pianista Esbjorn Svensonn, unitamente a membri di Soundtrack of our lives e Rem, era decisamente più commerciale, e conteneva “Every time I cry”, che Wim Wenders inserì nella colonna sonora del poco riuscito "The end of violence". Va detto però che dal punto di vista delle linee melodiche il disco rimane splendido, e probabilmente incarna uno stile mediano tra il primo e il terzo lavoro, rischiando di essere così quello più rappresentativo del songwriting di Josh Haden. 
"I Believe", terzo lavoro, si apre con una traccia intitolata come il secondo, “She haunts my dreams”. Le chitarre sono diventate il baricentro del suono, che occasionalmente viene anche rivestito da una cartilagine elettrica. Gli Spain sono ormai dediti a eleganti ballatone accessibili anche al grande pubblico, come “Do you see the light”, anche la fattura del lavoro è ancora intessuta con l’attenzione a evitare le cadute di stile. Ma l’idea di slow-core e quell’idea un po’ alla Morphine di poter affidare la parte scabramente melodica a pochi accenni del basso è venuta meno. Nel frattempo erano accadute altre cose-una erano i Sophia, l’altra i Black Heart Procession, che per analogie e differenze, avevano spinto gli Spain verso una forma di canzone-semplifichiamo-un po’ alla Walkabouts, come quello di “If We kissed” che aveva sostanzialmente tradito le “directions in music” degli esordi. Era cambiato anche lo spirito dei tempi: dagli anni dei Galaxie 500 a quelli della fase finale dei Luna, tanto per prendere un riferimento contiguo allo sviluppo del percorso degli Spain, era scomparsa la capacità di restare dentro a un circoscritto sistema di riferimenti. 
Cambiando, Josh Haden aveva finito per privare la propria scrittura dei tratti che ne facevano una seducente anomalia. Ora torna, e scopriremo se il fascino del suo songbook è ancora miracolosamente intatto, vitale, o se è tempo di consegnarlo definitivamente ai memorabilia da cui l’abbiamo recuperato.

Andrea Dusio